Prima del phishing c’era il phreaking, una pratica alla cui origini troviamo Steve Jobs e la cultura Yippie. Ecco la storia di come gli hackers si divertivano prima dell’avvento di internet e di come oggi si continua a truffare tramite gli smartphone.

 

Vi ricordate le vecchie cabine telefoniche? Di certo oggi nessuno di voi le rimpiange. Eppure ai cosiddetti phone phreakers potrebbero provocare una qualche forma di nostalgia. È da lì che nacque tutto: i primi hackers trovarono proprio nel telefono una delle loro massime forme d’espressione.

Ma chi erano i phreakers? Come nacque la pratica del phreaking e cosa significa?

Il termine phreaker unisce le parole phone (telefono) e freak (bizzarro). Uno di noi! Direbbe qualcuno (citazione riservata ai cinofili).

Ebbene i primi phreakers erano proprio hackers, un gruppo di giovani nerd mossi dalla curiosità di scoprire la tecnologia che stava dietro alla rete telefonica pubblica diffusa negli USA dagli anni Sessanta.

Perché il fenomeno è esattamente questo: quando si diffonde una tecnologia c’è sempre qualche appassionato che vuole scoprirla fino in fondo. L’hacking nacque proprio così: per pura sete di scoperta.

Per la verità il phreaking, come del resto l’hacking, alle origini aveva una connotazione profondamente diversa e, per molti versi, decisamente affascinante.

L’intento di questi giovani geni dell’informatica non era assolutamente malevolo. Al contrario, i primi phreakers aiutarono le compagnie telefoniche a risolvere numerosi bug segnalando loro le anomalie riscontrate.

Come per gli hackers, però, la loro reputazione presto cambiò quando qualcuno iniziò a sfruttare lucramente queste scoperte.

 

I phreakers e le scatole delle meraviglie

Ma torniamo alle origini del phreaking. Come nacque tutto?

L’arte del phreaking si lega al mondo delle box, particolari strumenti in grado di reindirizzare le telefonate in uscita, già note alle organizzazioni criminali Statunitensi degli anni Cinquanta.

Dagli anni Sessanta i phone phreakers iniziarono a utilizzare le cosiddette blue boxes, di loro invenzione, per… non pagare le telefonate a lunga distanza!

A chi si deve questa scoperta? Le blue boxe furono inventate nel 1964 dal ventunenne John Thomas Draper, programmatore, hacker e membro dell’Aeronautica Militare.

Draper scoprì che il fischietto dato in omaggio all’interno delle scatole dei Cereali Crunch riproduceva il medesimo suono utilizzato dai sistemi telefonici per reindirizzare le telefonate a lunga distanza, con una tonalità a una frequenza di 2600 Hz. Tramite questo suono, il commutatore preposto allo smistamento delle chiamate interurbane veniva “ingannato”: il suono comunicava la chiusura della telefonata che, in realtà, rimaneva aperta per il commutatore locale. A questo punto si potevano comporre numeri interurbani sfruttando la linea locale.

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Il fischietto dato in omaggio nelle scatole dei Cereali Crunch

A contribuire alla scoperta, un articolo incautamente pubblicato dall’AT&T, l’azienda che all’epoca gestiva la telefonia pubblica, in un giornale tecnico interno, in cui si spiegava per filo e per segno il sistema di inoltro automatico delle chiamate basato proprio sui toni.

I phreakers, anche in modo poco lecito, riuscirono a mettere mano all’articolo, che divenne per loro un baluardo, e a moltissimi altri documenti segreti della compagnia telefonica.

In realtà le compagne telefoniche non subirono danni economici dalle attività dei phreakers, che invece diedero il via a una rivoluzione: abbattettero le distanze e democratizzarono la comunicazione tra persone.

Le box, simbolo della comunità dei phreakers, permettevano infatti di effettuare chiamate internazionali a bassissimo costo.

Nel corso degli anni i phreakers svilupparono nuove tipologie di box. Ad esempio la red box imitava il suono della moneta che veniva inserita nella cabina. La black box, invece, permetteva ai telefoni di casa di ricevere telefonate gratuite: attraverso particolari impulsi elettrici inviati al commutatore, si faceva credere che il telefono stesse ancora squillando a vuoto, anche dopo aver sollevato la cornetta.

 

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Hackers e phreakers famosi

Volete sapere chi sono stati i phreakers più famosi? Steve Jobs e Steve Wozniac, fondatori della Apple; Abbie Hoffman, fondatore degli Yippie e della rivista “Youth International Party”, dove il phreaking assunse una connotazione politica; Kevin Mitnick, inventore dell’IP spoofing; Kevin Poulsen, capo redattore di “Wired” e il già citato John Draper.

Quest’ultimo fu arrestato nel 1972 e condannato a due mesi di carcere.

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John Thomas Draper

Uno degli episodi più famosi nel mondo del phreaking fu la telefonata di Steve Jobs al Vaticano: fingendosi il segretario di Stato Kissinger, Jobs richiese appello al Papa, ma lo scherzo fallì poiché durante la telefonata gli autori non riuscirono a trattenere le risate.

 

Il phreaking oggi

Dagli anni Ottanta le compagne telefoniche sostituirono, non a causa dei phreakers, tutti i loro apparecchi, introducendo la tecnologia digitale. Il nuovo sistema (pentaconta) era inaccessibile ai phreakers.

La digitalizzazione della tecnologia di certo non provocò la fine dei phreakers. Anzi, ogni nuova forma di tecnologia è uno stimolo per chi è assetato dalla curiosità di esplorarla.

È vero però che la stessa sete di esplorazione è cambiata. Oggi l’arte del phreaking si mescola e si confonde pienamente con quella dell’hacking (o, più precisamente, del cracking).

La connotazione che ha assunto questa pratica è chiaramente negativa e spesso associata ad attività fraudolente.

Vi è mai capitato di rispondere a una telefonata dove, dall’altra parte, non vi era nessun interlocutore?

Probabilmente stavate cadendo in una truffa telefonica e più minuti passavano prima di riagganciare, più denaro vi stavano rubando i truffatori telefonici.

Come non cadere nell’inganno? Innanzitutto imparando a conoscere il fenomeno.

Ogni nuova tecnologia stimola qualche appassionato, per sfida o scopi meno leciti, a sdoganarla. La cosa importante è non abbassare la guardia e tenere alto il concetto di prevenzione, sia attraverso sistemi di protezione sia, soprattutto, in termini di cultura della sicurezza.

 

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